Andrea Tagliapietra - La gabbia

Riccardo Costantini | Andrea Tagliapietra

La gabbia

La gabbia è un sistema pittorico binario orientato sulla realtà esterna, metafora delle sue incongruenze, luogo delle alterità delineato da un confine labile che ne decreta le infinite e continue chiusure ed aperture verso il multiverso, pronto a registrarne le sfaccettate digressioni nell’ambito di un progetto artistico documentativo in divenire che segue il passaggio dall’intuizione al pensiero, dal pensiero alla visione e dalla visione all’immagine-altra e inattesa di luoghi (comuni) apparentemente consueti.

La gabbia apre gli sguardi alle verità, concedendo un doppio canale – duplicemente punto di arrivo e fuga – all’esplorazione della vastità del mondo, testimoniando così il dubbio che l’obiettività risieda sempre al di fuori delle nostre certezze, oltre gli sguardi ingabbiati, rendendoci consapevoli della complessità di un dato reale alterato da mutazioni impercettibili ma costanti che esprimono, sempre e comunque, l’avanzare della vita.

La gabbia è il rifugio coatto della pittura quando questa, privatasi dalla falsità degli intellettualismi e delle figure retoriche che ne sviliscono la forza analitica, si pone come garante di autenticità, forte di valori espressi dall’approccio realista e sociale di un’enunciazione mimetica e vera, racchiusa nei parametri della verosimiglianza fotografica e opposta alla limitazione concettuale.

La gabbia dunque come luogo simbolico delle detenzioni e delle potenziali evasioni, solida corazza delle nostre prigionie e anelito alla fuga; una democrazia dunque dell’esistere, unificante gli individui nel processo di colpevolizzazione ed espiazione dei propri errori valutativi e luogo intimo in cui dar forma alle inconsapevolezze, troppo spesso ufficializzate dalle nostre soggettività.

La gabbia non occlude, espande e amplifica il potere del guardare attraverso chiusure e silenzi che erodono le barriere della fissità visiva, demoliscono il pensiero unico e autoritario lungo il percorso ripetitivo del suo perimetro in cui sequenze narrative si alternano a sequenze riflessive, a inevitabili attimi di buio, indispensabili nell’individuazione e riconoscimento del concetto di unitarietà sotto la pluralità delle apparenze.

Riccardo Costantini e Andrea Tagliapietra incrociano così gli sguardi, sovrapponendosi e completandosi vicendevolmente, per tracciare, attraverso un dialogo serrato di rimandi pittorici antitetici eppure complementari, la visione sincretica di una quotidianità minuta e anonima, in attesa di essere guardata, ascoltata, dipinta.

Consapevoli e consenzienti, ansiosi del loro divenire soggetto di studio e fonte primaria del ritratto, pur contendendosi gli spazi figurativi con i panorami e gli scorci vacanzieri, i personaggi di Riccardo Costantini si prestano con calma e spensierata rilassatezza al tocco di colore che ne tratteggia la presenza a ricordo di piacevoli sensazioni rievocabili solo nell’immagine, rese anzi immortali dal potere commemorativo ed eterno della pittura.

Contrariamente – ma animati dallo stesso ambizioso presenzialismo – i soggetti di Andrea Tagliapietra, individuati nel nostro ossessivo e morboso guardare che ne tratteggia i contorni riaffioranti da culture sempre lontane e da ignoranze sempre condivise, si apprestano a divenire oggetti di studio, accresciuti nella loro disarticolata diversità, resi ancora maggiormente indigesti dalla vetrina che il mondo dei media, impietosamente, illumina di apparente notorietà.

Oltre l’intento dunque oggettivante o soggettivante è l’occhio a tradurre con indubitabile precisione la verità istantanea e documentaristica alla quale i due artisti ricorrono nel delineare questo campionario di umanità che prende spunto da copioni esistenziali diametralmente opposti, culturalmente lontani eppure presenti, sincronicamente, nella gabbia; nell’impossibilità di distinguere tuttavia chi osserva e chi è osservato, avviene la presa di coscienza di essere parte di una grande moltitudine in viaggio, di cui ciascuno è parte e in cui il gruppo sociale rappresenta l’antidoto all’anonimato.

La lenta diaspora di questi grovigli di anime verso non-luoghi palcoscenici di estemporanee aggregazioni riflette i colori vividi della superficialità contemporanea, dove tutto accade senza logica, come affiancare con deferenza apparente le atmosfere festose dell’edonismo estremo al dramma sociale; emerge invece immediato, in entrambi i casi, il ricorso ad un ben noto voyeurismo scandalistico fonte di morbosa attrattiva ma incapace di produrre reale indignazione; la gabbia è anche e soprattutto però l’occasione di accostare due mondi pittorici – allusivi di due opposti approcci all’azione del guardare e del dipingere – paradossalmente vicini, in cui la pittura ora iperrealista ora espressionista si confronta con gli stessi elementi costruttivi, con le stesse figure-fantoccio, ottenendo con la medesima intensità espressiva risultati differenti.

Più lenta e costruita la figurazione di Riccardo Costantini, attenta a seguire le linee continue della fotografia e a non invaderne i confini con elementi emozionali di disturbo, escludendo i sussulti cromatici che altererebbero la piatta tavolozza dei colori delle nostre esistenze; più istintiva invece l’azione di Andrea Tagliapietra, la cui pittura materica e ingombrante tende invece a surclassare la nitidezza dell’immagine-guida per individuare, nei percorsi cromatici approssimativi e liberi e nelle sciabolate pittoriche, struggenti risvolti sentimentali.

I personaggi, prigionieri delle proprie nature simboliche, dei propri costrutti sociali, degli stereotipi del pensiero qualunquista si sfiorano senza mai intersecarsi, ri-conoscendosi eppure ignorandosi, ciascuno rinchiuso nella propria gabbia; l’inviolabile ordine del villaggio vacanze si riflette sul disordine del campo profughi come fotogrammi stridenti intrappolati nel medesimo sguardo, la diversa intensità della pennellata espressa dai due artisti allontana per sempre culti insolubili.

Nella gabbia si rinchiude (o è rinchiuso) l’artista, immune al clamore del mondo, ritagliandosi un luogo privilegiato dal quale osservare e dedurre; il balzo verso l’esterno esprime la ricerca di spunti creativi nell’indeterminatezza, la fuga abbozzata oltre il perimetro della certezza allude alla conquista di una condizione esistenziale che solo la lucidità della pittura è in grado di garantire.

testo critico di Gaetano Salerno

critico d’arte e direttore di Segnoperenne.it